Un silenzio che vale più di mille parole, davanti agli affreschi di Pinturicchio e al panorama infinito.
La giornata si era già annunciata bene mentre percorrevamo l’autostrada, con le colline umbre che si stendevano come un mantello verde sotto un cielo di un azzurro deciso. Nel bus, l’atmosfera era rilassata. Si sentivano i primi commenti sul paesaggio e un brusio di conversazioni. La signora Pina, già con la guida aperta in grembo, commentava: “Ma guarda che colori, sembrano dipinti!”.
Spello ci accolse con la sua quiete mattutina. Parcheggiamo appena fuori le mura, e quella salita ripida verso la Porta Consolare mise subito alla prova il fiato dei più pigri. Ma appena varchi l’arco, è un’altra storia. Il borgo ti avvolge. Quei vicoli stretti e puliti, le pareti di pietra rosa, e i fiori. Vasetti ovunque, gerani rossi, bocche di leone, cascate di petunie ai balconi. Il gruppo si disperde subito, come era inevitabile. La coppia di giovani sposi corre a fotografare ogni angolo, il signore con il cappello si ferma a studiare la mappa, e la signora Pina mi aggancia: “Ma questi fiori chi li innaffia? Devono avere le braccia lunghissime!”.
Ci ritroviamo, più o meno tutti, alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Dentro, nella Cappella Baglioni, cala un silenzio raro. Anche i più chiacchieroni restano a bocca aperta davanti agli affreschi del Pinturicchio. Racconto quel che so, la storia dei Baglioni, la delicatezza dei colori, ma la verità è che sono loro, quei volti dipinti cinquecento anni fa, a parlare. È in questi momenti che mi piace il mio lavoro.
Pranzo libero, come sempre. C’è chi scompare in una trattoria, chi si siede su una panchina con il panino, chi compra formaggio e bruschette da un banchetto. All’ora stabilita siamo ancora a contare le teste. Manca sempre qualcuno. Stavolta è il signore con il cappello, che si era perso a cercare un oggetto per la sua collezione.
Si risale sul bus, un po’ assonnati dal pranzo e dal sole. La strada per Montefalco è un susseguirsi di curve e scorci sulla valle. “Tenete gli occhi aperti”, dico, “Montefalco non è chiamato il ‘Balcone dell’Umbria’ per niente”.
Arriviamo e saliamo in cima al borgo, verso il belvedere. E lì, succede. Il gruppo, che fino a un minuto prima brontolava per la salita, tace. Sotto di noi si stende un tappeto di vigneti, oliveti, campi dorati, con i paesi che sembrano piccoli nidi di pietra sui colli. È uno di quei panorami che ti sistema le idee. Scatto qualche foto di gruppo, con facce sorridenti e vento nei capelli.
Visita alla ex-Chiesa di San Francesco, ora museo. Gli affreschi di Benozzo Gozzoli che raccontano la vita del Santo sono una meraviglia, pieni di dettagli, di vita. Spiego la differenza tra il ciclo di Assisi e questo, ma vedo che molti sono catturati dai colori, dalle storie nei riquadri. La cultura, qui, non è noiosa. Si tocca con mano.
Poi, la degustazione. In una piccola enoteca di famiglia, ci accoglie il proprietario, volto rugoso e mani nodose. Ci fa assaggiare il Sagrantino Secco e il Passito, con qualche crostino con l’olio nuovo. La signora Pina, che di solito beve solo bianco, assaggia e fa: “Mamma mia, che potenza!”. L’atmosfera si fa calda, allegra. Qualcuno compra una bottiglia, qualcuno due. Io sorveglio gli orari, ma lascio che si godano questo momento.
Il ritorno, al tramonto, è tranquillo. Sul bus, l’energia della giornata si trasforma in un brusio basso, in qualcuno che già dorme. Passo tra i sedili per raccogliere i vuoti delle bottigliette d’acqua. Mi fermo a chiacchierare un attimo con i ragazzi che guardano le foto sul telefono, sono entusiasti.
Quando rientriamo a Roma, è sera. Il gruppo si scioglie con saluti, ringraziamenti, qualche “alla prossima”. Resto l’ultimo, con l’autista, a controllare che non abbiano dimenticato nulla. Sul sedile, trovo un pacchetto con due cantucci. E un bigliettino: “Grazie per la giornata, da parte della ‘pensionata smarrita’ (Pina)”. Sorrido. Il bus vuoto profuma ancora di splendida giornata. Alla prossima gita.
